Mare al tramonto

Mare al tramonto ci porta nel mondo delle ecomafie e dello smaltimento illegale dei rifiuti tossici attraverso la storia di un gruppo di amici, amanti del mare e delle corse in bicicletta, che d’un tratto si trovano a fare i conti con una realtà spaventosa a cui però non voltano le spalle, ma che con coraggio e anche un pizzico di imprudenza tentano di combattere.

Perché il nostro ambiente è sotto attacco. Questo è il grido di allarme che si leva dalla loro storia. La Terra, il pianeta che ci permette di vivere, di respirare, di gioire, di amare e tanto altro, è in pericolo. E non soltanto per colpa di governi incapaci o di diffuse attività a forte impatto ambientale. Ognuno di noi ha una parte di responsabilità in quello che sta accadendo.

Eh, sì, anche noi facciamo del male al nostro pianeta, tutte le volte che non ce ne prendiamo cura allo stesso modo in cui ci prenderemmo cura di una persona cara o di un animale domestico.

Al contrario, con piccoli gesti ogni giorno possiamo contribuire a salvarlo, se impariamo ad amarlo e considerarlo parte di noi e della nostra stessa sopravvivenza. Non è difficile. Basta cominciare.

Incipit

Larissa pensò che era proprio da sfigati ritrovarsi con la febbre a 39 il primo giorno di vacanze estive. Da mesi aspettava quel momento. Nelle ultime settimane aveva segnato in rosso sul calendario i giorni di lezione, senza le domeniche e le giornate dedicate alle recite scolastiche o ad altri eventi similari. Da allora aveva fatto il conto alla rovescia. Eppure quegli ultimi giorni sembravano proprio non passare mai. Interrogazioni a tappeto, verifiche scritte una dietro l’altra, e poi lavori di fine anno, progetti da ultimare, una marea di cose che si accavallavano e non davano tregua. Larissa ogni giorno tornava a casa sempre più stanca. Gettava lo zaino sulla sedia all’ingresso e si trascinava in cucina con un buco nello stomaco. “Anche oggi devo restare a casa a studiare”, si diceva, mentre ingoiava l’ennesimo boccone di pasta condita col succo amaro dell’ansia per i compiti da fare, le materie da recuperare, quell’odioso del prof di matematica che quando chiamava alla lavagna lo faceva con quel sorrisetto maligno di chi era pronto a seminare mille trabocchetti. Uscire con gli amici era diventato un miraggio. Si incontravano solo il sabato e qualche volta la domenica; gli altri giorni era impossibile, pure loro dovevano fare i conti con le montagne di compiti da scalare. Che peccato! Ormai le giornate si erano allungate, era tempo di tirare le biciclette fuori dai garage e tornare a scorrazzare per le vie della città, o meglio ancora sul lungo viale che costeggiava un mare ancora freddo e talvolta impetuoso, ma che faceva già pensare all’estate. In quel periodo non c’erano ancora turisti sull’isola e loro si sentivano i padroni del mondo. In estate, invece, in molti sarebbero scesi dai traghetti coi sandali infradito e le pagliette in testa, pronti a godersi quel magnifico mare, quelle spiagge larghe, accoglienti come le braccia di una mamma. Larissa non era infastidita da quell’assalto, dalla calca che si creava, dal traffico che per tre mesi intasava le strade. Quella era la sua isola e lei ci stava bene lo stesso, anche quando era affollata. Aveva fatto tanti progetti in quell’ultimo periodo, si era impegnata a fondo proprio per essere promossa a pieni voti e non scontentare sua madre, ma a pro di che? Era il nove giugno, primo giorno di vacanze estive e lei aveva quella brutta febbre che le bruciava la gola e le toglieva l’appetito. Dove l’avesse presa era un mistero. Era cominciato tutto qualche giorno prima con una tosse stizzosa, il naso che si era messo a colare e quei brividi di freddo che non promettevano niente di buono. Poi era arrivata la febbre. E mica al ralenti? No, a 39 già dalla prima sera. Quella notte non aveva chiuso occhio: nonostante la tachipirina, aveva continuato a battere i denti e a sentire dolori alle braccia, alle gambe, perfino alla faccia; solo verso l’alba la temperatura aveva cominciato a scendere, fermandosi poi ostinata a 37 e 8. Afferrò il telecomando e spense la tv. In estate trasmettevano solo roba vecchia di secoli che dopo un po’ le dava noia. Prese il telefono. Aprì WhatsApp. C’erano quattro messaggi. «Come va?» le chiedeva Gabri. «Meglio?» E poi Stefano: «Oggi andiamo alla Baia dei Granchi. Le grotte ci aspettano. Vieni?»