Le Fiabe più Belle

Quest’antologia di fiabe è dedicata ai più piccini. Sono 21 fiabe che ho scelto tra quelle che hanno popolato i miei sogni di bambina e che ho rivisto e raccontato a modo mio, proprio come fossi con loro, seduta in mezzo al cerchio.

Sono tratte da fiabe classiche, come Enrichetto dal ciuffo o La fiaccola dei desideri, da racconti esotici, come Nitas e i tre fratelli o L’albero e le foglie, da antiche leggende celtiche, come Le tre figlie del re O’Hara o Il tredicesimo figlio del re Erin, e da cunti popolari, come Le gatte cispose o L’uccello verde.

Le fiabe sono uno strumento di educazione formidabile perché ognuna propone valori come l’amicizia, la lealtà, l’altruismo, valori che i bambini scoprono attraverso l’arte della narrazione e imparano a coltivare e a rispettare. Prendiamo Il gigante egoista ad esempio, una fiaba struggente che dimostra come anche un gigante dal cuore duro come la pietra può redimersi e scoprire il suo lato umano. Oppure la mia preferita, Gli undici cigni, dove è celebrato l’amore fraterno che dopo innumerevoli sofferenze viene premiato come merita. E l’elenco potrebbe essere infinito.

Mi piacerebbe immaginare che questo libro finisse non solo nelle mani dei più piccoli, ma anche in quelle di tutte le mamme, i papà, i nonni che hanno voglia di sedersi in mezzo a loro e cominciare a raccontare. C’era una volta, tanto tempo fa… e la magia si rinnova.

Incipit

L’uccello verde

Fiaba napoletana

C’era una volta una principessa molto graziosa che viveva in un magnifico castello pieno di stanze dai soffitti altissimi e dalle porte profilate d’oro, di marmi preziosi, giardini e terrazze ricolme di piante esotiche e fiori dai colori sgargianti. Un giorno era seduta alla toeletta nella sua sontuosa camera da letto e lasciava che Caterina, la cameriera, le acconciasse i lunghi capelli in un’aureola di boccoli ordinati e lucidi. Era una splendida giornata di primavera, piena di luce e di sole e dalla finestra aperta le arrivava alle narici il dolce profumo dei gelsomini.
«Ah, che giornata meravigliosa!» trillò, specchiandosi civettuola «Non vedo l’ora di scendere in giardino e passeggiare sotto il sole.»
«Ancora qualche minuto, maestà, non mi ci vuole ancora molto» la rassicurò la servetta, continuando a districare con cura la sua chioma con un pettine d’argento. «Quando vi affaccerete al balcone i sudditi rimarranno abbagliati dalla vostra bellezza» le assicurò e afferrò un nastro di raso che doveva servirle per legarle i capelli. In quel mentre, però, entrò nella stanza un magnifico uccello dalle piume verdi, maestoso ed elegante, con le zampette slanciate e un corpo affusolato e ritto: un vero piacere per gli occhi. L’uccello, dopo aver compiuto un ampio giro, quasi a volersi far ammirare, strappò il nastro e il pettine d’argento dalle mani della ragazza e volò via. La principessa si alzò e corse alla finestra, ammaliata da tanto splendore, ma, ahimè, vide solo l’azzurro del cielo e il verde cupo degli alberi. L’uccello era sparito.
Da quel giorno non fece che aspettarlo, desiderosa di posare gli occhi su un esemplare tanto esotico, ma invano. Sembrava scomparso nel nulla. Non tornò mai più e lei divenne sempre più triste. Ormai non le interessavano più gli abiti, le feste, i gioielli, tutto ciò che le stava a cuore era l’uccello verde, che con la sua bellezza e la sua grazia l’aveva stregata. Col passare dei giorni il suo umore peggiorò, divenne sempre più triste, finché smise di sorridere e atteggiò il viso ad una perenne maschera di dolore. Il re, suo padre, non ne poté più di vederla in quello stato, lei che era sempre stata la luce dei suoi occhi, perciò un bel giorno di buon mattino convocò il consiglio dei ministri. Erano uomini saggi e di provata fedeltà, senz’altro, pensò, avrebbero saputo consigliarlo nel migliore dei modi.
In realtà anch’essi avevano molto a cuore la principessa, che oltre ad essere bella era anche buona e gentile e aveva sempre avuto una parola affettuosa per ognuno di loro, perciò si misero lesti al lavoro per trovare un rimedio. A metà giornata un vecchio con la barba bianca e i segni dell’età si alzò e chiese la parola.
«Maestà, darei volentieri il mio occhio destro per rendere felice la principessa» esordì «ma mi accorgo che sarebbe un sacrificio inutile, perciò ritengo che la soluzione possa essere molto più semplice. Fate costruire davanti al palazzo una fontana che invece di zampillare acqua sgorghi vino. La gente accorrerà per bere, si ubriacherà e presto comincerà a fare cose ridicole e grottesche. Allora sì che la principessa riderà, vedrete!»
Al re la proposta piacque e senza indugio ordinò che ai piedi del palazzo fosse costruita una grande fontana di vino. Il suo ordine fu eseguito in un batter d’occhio e ben presto cominciò la processione di gente che raggiungeva la fontana per riempire chi una bottiglia, chi un boccale, chi un secchio di vino. Dopo un po’ erano tutti ubriachi e ne combinavano di tutti i colori: chi ballava, chi cantava, chi si addormentava sulla nuda terra, chi barcollava qua e là. Uno spettacolo da ridere a crepapelle. E infatti a palazzo tutti ridevano: cuochi, sguatteri, dame, dignitari, guardie, con le mani sulla bocca e le lacrime agli occhi. Tutti tranne la principessa. Lei continuava ad essere triste e infelice. Deluso, il re pensò allora di convocare di nuovo il consiglio e questa volta gli fu suggerito di costruire una fontana che sgorgasse olio. «Vedrete, maestà» disse colui che aveva avanzato la proposta «quando l’olio sarà finito, tutti si affanneranno a raccogliere le gocce rimaste a terra. Sarà uno spasso!»
Il re accettò il consiglio e ordinò di costruire una seconda fontana, questa volta di olio purissimo. L’ordine venne prontamente eseguito e ben presto, vista l’enorme affluenza di persone da ogni dove, l’olio finì e una vecchietta si chinò a terra per raccogliere le gocce rimaste. Tremando e barcollando sulle gambe malferme, con pazienza ne raccolse quasi un intero boccale e, stanca e accaldata, stava per andarsene quando la cameriera della principessa le tirò un sasso, spedendola a terra. L’olio le si rovesciò sulle gambe e tutto il suo lavoro andò in fumo. La principessa a quella vista non ne poté più e scoppiò a ridere a crepapelle, suscitando un applauso di gioia da parte di tutti i presenti. Anche il re batteva le mani, felice: finalmente quella maledizione sembrava spezzata. La vecchietta, però, nel vedere la principessa farsi beffe di lei a quel modo, ne fu talmente offesa che le gridò a denti stretti: «Ti auguro di non trovare mai pace a causa di un uccello verde!»
La principessa smise all’istante di ridere. Non credeva alle sue orecchie. Cosa significavano le oscure parole della donna? Rossa in viso e col cuore che le faceva capriole nel petto raggiunse suo padre e gli si buttò ai piedi. «Padre mio, ti scongiuro, se davvero dici di amarmi, fa che io possa parlare con quella donna. Era tanto tempo che non ridevo e lei mi ha liberata! Desidero ricompensarla a dovere.»
«Non vedo perché non dovrei accontentarti, gioiello mio» le rispose suo padre e diede disposizioni affinché la vecchia fosse fatta entrare a palazzo. La principessa la ricevette in camera sua e l’accolse come una gran dama. «Perdonatemi, nonnina, per aver tanto riso di voi, ma ditemi, per carità, dove si nasconde l’uccello verde. Sono giorni che non faccio che struggermi per lui!»
La vecchietta la perdonò. «E sia, maestà, ve lo mostrerò. Prima però dovrete togliervi questi begli abiti e scambiarli con i miei. Nessuno, vi dico, nessuno dovrà vedervi uscire da palazzo!»
La principessa non se lo fece dire due volte. Aiutata dalla sua fedele cameriera si sbarazzò di abiti e gioielli e indossò i miseri stracci della donna, infine coprì i suoi magnifici capelli con un cappuccio. «Ecco, sono pronta a seguirvi anche in capo al mondo!» esclamò, quindi si congedò dalla serva facendosi giurare di non dire niente ad anima viva e seguì la vecchia. Dopo aver tanto camminato arrivarono in un giardino, qui la donna s’inginocchiò accanto ad un cespo di verdura, lo strappò e dal buco comparve una scala di marmo, dai gradini di un bianco abbagliante. «Forza, seguitemi, maestà.»
«Non chiedo altro!» disse la principessa, infilandosi nella stretta apertura.